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A Trastevere il potere è degli Ortolani

La Confraternita degli Ortolani

Sul finire del Quattrocento assistiamo alla nascita, in varie città italiane, del fenomeno delle Confraternite, associazioni perlopiù di laici nate con lo scopo di condividere la propria fede religiosa ed esprimerla attraverso forme di volontariato in favore delle categorie più fragili della società.
Tali associazioni divennero presto un importante strumento di intervento nel tessuto sociale, politico e culturale dell’epoca, poiché le loro attività comprendevano una moltitudine di azioni che favorivano la solidarietà verso gli strati più deboli della società, sostituendosi spesso alle Istituzioni ufficiali.
Gli OrtolaniLe loro attività di sostegno agli umili comprendevano diversi aspetti della vita quotidiana. Si occupavano infatti di fornire la dote alle fanciulle povere, di accogliere ed educare bambini orfani, di provvedere alla gestione di ospizi e strutture ospedaliere, di assolvere al triste compito del seppellimento dei defunti, nonché dell’ospitalità verso i pellegrini. Con tale declinazione assistenziale, la Confraternita acquista ben presto potere, poiché diviene un mezzo attraverso cui si promuove concretamente e direttamente l’aiuto ai più disagiati. Per ogni area di intervento le Confraternite si davano regole e stabilivano la loro sede in una chiesa che veniva loro concessa dall’autorità papale.
Questa realtà sociale attecchisce in modo particolare a Roma dove pullulano tali associazioni soprattutto nel XVI secolo. Esse si inseriscono nel tessuto edilizio degli antichi rioni romani, occupandosi, ad esempio, dell’assistenza ai condannati a morte, come la Confraternita di S. Giovanni Decollato o del ripescaggio e sepoltura degli annegati nel Tevere, come quella dei Sacconi Rossi all’Isola Tiberina.Gli Ortolani
Trastevere, rione a vocazione popolare da sempre, non poteva fare eccezione ed è proprio qui che nasce, tra le altre, una confraternita legata alle attività commerciali di generi alimentari. Si tratta di S. Maria dell’Orto, oggi nota come una preziosa chiesa cinquecentesca situata in Via Anicia che accoglie il visitatore con una interessante facciata opera del Vignola.

La Confraternita detta anche degli Ortolani è il risultato di un insieme di corporazioni di mestiere confluite poi in un pio sodalizio che viene approvato da Alessandro VI sullo scorcio del Quattrocento.
Come consuetudine, tali organizzazioni trovavano sede in chiese e oratori che divenivano anche sale riunioni dove stabilire regole e finalità assistenziali all’interno dello statuto. Tali ambienti ricevevano preziose decorazioni e rivestimenti pittorici di grande valore artistico.
In realtà all’origine della costruzione della Chiesa trasteverina si colloca un evento miracoloso accaduto nel 1488 quando un uomo, dopo aver fatto voto ad un’immagine della Madonna che si trovava accanto all’ingresso di un orto, situato nei pressi dell’attuale complesso, guarì dalla sua grave malattia. L’immagine originariamente collocata all’esterno diviene dunque un’icona miracolosa tale da sancire il progetto di costruzione di una chiesa. Dopo anni di ritardi nel cantiere dal 1494 al 1513, il completamento del complesso avviene nel 1585 ad opera di Guidetto Guidetti, allievo di Michelangelo Buonarroti.
Gli OrtolaniNello stesso anno il sodalizio viene trasformato in Arciconfraternita e riunisce ben 13 mestieri, tra cui gli Ortolani, i Pollaroli, i Fruttaroli, gli Scarpinelli (ciabattini), Vignaroli e Pizzicaroli. Il complesso oltre alla chiesa, comprendeva l’oratorio, un autentico gioiello barocco, un’aula del Vestiario e un ospedale destinato all’assistenza medica dei propri iscritti e delle loro famiglie. Quest’ultimo cessò di esistere nel 1798 e fu definitivamente espropriato nel 1852.
La particolarità della chiesa trasteverina, sede dell’istituto, risiede nel fatto che ciascuna università costituente la confraternita ha contribuito con orgoglio e anche con un sano spirito competitivo a finanziare l’apparato decorativo, determinando un tripudio di marmi e altari legati a grandi personalità artistiche del momento.

Proprio nella zona pavimentale, opera di Gabriele Valvassori, compare uno stemma marmoreo che reca i simboli dell’Università dei Fruttaroli il cui potere economico è altamente sottolineato dal valore del motivo ad intarsio e la presenza di marmi pregiati.Gli Ortolani
Del resto che si tratti di un cantiere di notevole livello lo conferma la presenza, tra gli altri, del Vignola per il disegno della facciata e di Federico Zuccari per le Storie della Vergine che evidenziano uno stile classico, ancora raffaellesco, tipico della fase giovanile della produzione zuccaresca. Dall’Annunciazione allo Sposalizio della Vergine domina la dignitas e la compostezza ancora memore della tradizione primo-rinascimentale.
Ma a S. Maria dell’Orto si ha la possibilità di osservare anche la produzione pittorica di un noto artista romano, spesso citato per la sua rivalità con Caravaggio. Non passa infatti inosservata la mano di Giovanni Baglione, la cui opera raggiunge altissimi livelli soprattutto nei dipinti della Cappella dei Vignaroli, dedicata ai SS. Giacomo, Bartolomeo e Vittoria. A S. Maria dell’Orto in particolare emerge l’evoluzione dello stile del Baglione che nella fase giovanile lavora ad alcune scene della Vita di Maria nell’abside per poi occuparsi nella sua maturità artistica di dipingere alcune tele per le cappelle della chiesa trasteverina.
Gli OrtolaniIn particolare nella cappella dedicata a S. Sebastiano compare una notevole tela dipinta nel 1624 con San Sebastiano curato dagli angeli in cui emergono gli stilemi tipici del pittore romano. Si osservano infatti da una parte la ricerca di un naturalismo perfettamente in linea con le indicazioni dell’Accademia dei Carracci che alla fine del Cinquecento aveva sostituito lo stile artificioso del Manierismo per tornare allo studio dal vero, dall’altra la sapiente lezione caravaggesca in merito all’illuminazione che crea contrasti e va a colpire simbolicamente i punti salienti dell’episodio rappresentato.

Gli OrtolaniNon molti anni prima Caravaggio aveva realizzato la Morte della Vergine per la chiesa trasteverina dei Carmelitani Scalzi, S. Maria della Scala. L’opera, come è noto, era stata ritenuta indecente e non rispondente ai canoni della rappresentazioni sacre, tanto da essere rifiutata.
Sebbene ritenuta blasfema, pericolosa e ingombrante la personalità artistica del Merisi lascia un’impronta indelebile che il Baglione, nonostante l’aspra rivalità nei confronti del pittore lombardo, fa trapelare proprio nelle meravigliose opere di S. Maria dell’Orto, luogo dove si confrontano artisti di grande valore e scuole pittoriche di diverse impostazioni.

Eh sì, gli Ortolani avevano… gusto!

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Tiziana Bellucci

Tiziana Bellucci

Laurea in Lettere all’Università di Roma “La Sapienza”, con indirizzo storico-artistico. Ha svolto attività didattica e di ricerca come “Cultore della materia” per la Cattedra di Critica d’Arte, presso il Dipartimento di Storia dell’Arte della Facoltà di Lettere alla Sapienza. Guida turistica abilitata per Roma e provincia, da anni svolge attività di promozione culturale nell’area di Roma e nel territorio della Tuscia dedicando particolare attenzione agli aspetti della storia dell’arte medievale e rinascimentale. È docente di ruolo nella scuola pubblica.

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Domenico Rotella

Salve! Complimenti per l’ottimo riassunto circa S. Maria dell’Orto. Impresa non facile: io per dire appena qualche parola al riguardo ho scritto una monografia di 450 pagine. Devo però dire che ci sono alcune imprecisioni, ovviamente dettate dallo sforzo di sintesi. La più significativa è che l’orto del miracolo non si trovava “nei pressi”. In realtà si trovava esattamente nell’area oggi occupata dalla chiesa, nella zona chiamata “orti di Muzio” ossia di Muzio Scevola.
Molto cordialmente
Domenico Rotella, camerlengo dell’Arciconfraternita