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Antonio Donghi. La magia del silenzio

Fabio Benzi lo studioso esperto di arte italiana fra le due guerre cura la retrospettiva, e la relativa scelta antologica con trentaquattro opere esposte, Antonio Donghi. La magia del silenzio, nella sede di Palazzo Merulana a Roma. Retrospettiva che vuole testimoniare l’intero percorso dell’artista, affrontandone i temi dominanti: paesaggi, nature morte, ritratti, figure in interni ed esterni, personaggi del circo e dell’avanspettacolo.  Qual è lo scopo che si pone il curatore, riscontrabile anche nel saggio in catalogo? Rivedere, rovesciando in qualche caso interpretazioni in apparenza consolidate, e incrementare i referenti pittorici dell’artista. Soffermandosi innanzitutto sulla svolta di Donghi: quel cambiamento estremo compreso tra fine 1922 e inizio 1923 che svecchia la pittura romana d’impronta ottocentesca, entrando a far parte del Magischer Realismus (Realismo magico) codificato in Germania da Franz Roh. Diventando in Italia uno dei maggiori interpreti. Realismo magico che per Massimo Bontempelli implica «Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia, che faccia sentire, attraverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta. La vita più quotidiana e normale vogliamo vederla come un avventuroso miracolo».  Figure ancorate al suolo ma nello stesso tempo come sospese in un’atmosfera diradata. Catturate in pose che bloccano lo scorrere del tempo. Sprofondate in quello che si potrebbe essere un silenzio assordante.donghiGli elementi fondamentali della poetica donghiana sono già presenti nelle Lavandaie del 1922: compattezza formale, precisione nel disegno, controllate sequenze compositive, impostazione ravvicinata che monumentalizza le figure, concentrando l’attenzione di chi guarda. Fa da contrappeso a questo realismo quel lenzuolo che occulta una parte della rappresentazione rendendola misteriosa, incerta.La visione incantata e sospesa del realismo magico è ribadita ne Le due sorelle del 1930. Due donne in un interno sono sedute su di un letto carta da zucchero. Guardano in macchina ma gli sguardi non coincidono. Gli occhi di quella di sinistra sono tristi. Quasi remissivi. L’altra che imbraccia una chitarra, sembra sorridere, ironicamente. Gli stessi sguardi che sembrano ricalcare quelli della Gita in barca del 1934.  Incanto, sospensione, una certa rigidità nella posa, rimandano a de Chirico? Benzi non ci sta. Assolutamente. A suo parere anche dal punto di vista figurativo, il fare metafisico di de Chirico non ha alcun rapporto con il realismo inquietante e lenticolare di Donghi. Ma anche tecnicamente i due artisti non sono assimilabili. Non vi sono somiglianze esplicite né rilevanti negli effetti, nei colori, nelle paste pittoriche completamente diverse. Invece bisogna guardare agli artisti a lui contemporanei, Ubaldo Oppi e Felice Casorati. E ad un passato più lontano, che oltre ad includere la staticità impregnata di luce di Vermeer, deve comprendere soprattutto Giotto, la matrice celata del primissimo Giotto. Specialmente quello degli Scrovegni che avrebbe direttamente influenzato sia Le lavandaie sia la Pollarola del 1925.donghi

INFORMAZIONI

Evento: Antonio Donghi. La magia del silenzio
Luogo: Palazzo Merulana, Roma
Curatore: Fabio Benzi
Periodo: Dal 09/02/2024 al 26/05/2024
Orario: dal mercoledì alla domenica, dalle 12:00 alle 20:00

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Fausto Politino

Fausto Politino

Laureato in Filosofia, abilitato in Storia e Filosofia, già docente di ruolo nella secondaria di primo grado, ha superato un concorso nazionale per dirigente scolastico. Interessato alla ricerca pedagogico-didattica, ha contribuito alla diffusione della psicologia cognitiva scrivendo per le riviste “Insegnare” e “Scuola e didattica”. Appassionato da sempre alla critica letteraria e artistica, ha pubblicato molti articoli come giornalista pubblicista per “il Mattino di Padova”. Attualmente collabora con la “Tribuna di Treviso”.

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