Home » Arte » Jacopo Tintoretto
Arte Cultura

Jacopo Tintoretto

Tintoretto, Presentazione di Maria al Tempio, 1552-1553, Olio Venezia, Chiesa della Madonna dell'Orto

Jacopo Tintoretto

Einaudi ha ripubblicato l’imponente volume di Melania Mazzucco, Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Difficile da inquadrare dal punto di vista letterario. Saltano gli steccati tra generi e stili. Tra a latere e centrale. Tra minuzia ed essenziale, tra tempo e spazio. Un’opera che fa coesistere capacità narrative e testimonianze storiche, scovate fino all’estremo, in dieci anni di lavoro. Per contestualizzare meticolosamente la biografia di un artista inquieto e moderno. Dal carattere scontroso: ispido introverso scorretto sarcastico, insofferente delle regole e delle gerarchie in una società spietatamente gerarchica…Che amava il teatro, disegnava costumi di scena per carnevale, inventava battute, gag…Era nemico dell’ozio, viveva per dipingere. Non si direbbe, guardando la sua Crocifissione o il Giudizio universale. La Mazzucco ci fa entrare nei meandri più intimi di un’esistenza che avrebbe assunto i connotati del genio. In questa recensione ci si limita all’analisi di alcune opere di Tintoretto rispettando là dove possibile le interpretazioni della studiosa.

TintorettoPRESENTAZIONE DI MARIA AL TEMPIO

Il voluminoso saggio inizia con la descrizione della Presentazione di Maria al tempio (1551-56), nella chiesa della Madonna dell’Orto a Venezia. L’episodio non c’è nei Vangeli canonici. Lo si trova nei cosiddetti apocrifi. Dal proto evangelo di Giacomo a quello dello Pseudo-Matteo. La bambina sale con una qualche insicurezza l’ardua scala di un edificio imponente che si vede parzialmente. Con la mano sinistra alza un’estremità della lunga veste, magari per non inciampare. Porta i capelli dietro le orecchie e un velo trasparente sulle spalle. L’immagine risalta, in controluce, sul cielo immerso nelle nuvole. Tutto intorno a lei si attenua in una semioscurità dorata. La bambina non è sola. Un pubblico assiste alla rappresentazione. L’ammirano uomini con mantelli di porpora. Scribi e mendicanti prostrati sulla stessa scala l’osservano, attenti. Perché è lei l’avvenimento. Poi c’è una donna vista di spalle che la sta indicando alla figlia, una bambina che indossa gli stessi colori. In cima alle scale, l’attende un sacerdote barbuto configurato come un profeta. La bambina che gli si sta avvicinando, lo sguardo dritto, sale con grazia e serietà, andando incontro al suo destino. Una delle fonti della tela di Tintoretto è la Presentazione di Maria al tempio di Tiziano. Tintoretto si serviva, con ribalda disinvoltura, delle idee altrui. Ma non era pura e semplice imitazione. Tutto ciò che utilizzava, lo faceva suo.Tintoretto

UNA SINFONIA FEMMINILE

La Mazzucco ipotizza che l’opera fosse un omaggio di Tintoretto alla figlia. Osservando con attenzione si nota che Maria non è la sola fanciulla della tela. La sua immagine si sdoppia nella biondina di spalle. E ancora nell’altra bambina con i capelli scuri tra le braccia della madre seduta in fondo alla scala, con il viso che sfiora il suo seno. E poi quasi una neonata, la creatura con il cranio lanuginoso che una terza donna tiene fra le braccia mentre la Madonna sta salendo le scale del tempio. Quella di spalle con la bambina in mano agli inizi della scala. Una madre anonima. Una testimone che sottolinea l’avvenimento. Un’affascinante sinfonia femminile che esalta la donna nei diversi periodi della sua vita: neonata bambina ragazzina donna madre. E come se Tintoretto, padre, avesse voluto dare il benvenuto alla figlia servendosi della pittura. L’insieme acquista risalto con la ripida altezza della scala che dà dinamismo a tutti i personaggi.

LA CROCIFISSIONE

Un’opera impressionante. Maestosa. Dove interagiscono azioni simultanee: chi si contende ai dati la tunica del Cristo. Quelli che si coordinano mentre sollevano la croce del ladrone. I cavalieri in armatura che si stanno avvicinando per assistere all’evento. Le Marie straziate dal dolore ai piedi della Croce. L’uomo sulla scala che sta afferrando la spugna intrisa nell’aceto. Lavoro dispersivo che frantuma l’unità della visione? Per niente. Il focus è sul Cristo crocifisso piantato nel terreno. Padroneggia lo spazio e lo estende all’infinito. Diffondendo nello stesso dolore e luce. Tintoretto vuole rappresentare l’irrappresentabile. Non solo l’agonia. Ma anche l’attimo della morte di Dio.

Tintoretto
Tintoretto, Crocifissione 1565, Scuola Grande di San Rocco, Venezia

COME LAVORA TINTORETTO

Lo fa velocemente. Non disegna. Ha nella testa la complessità di ciò che vuole dipingere. Che deve emozionare turbare coinvolgere. È interessato al gesto. Quando lo trova, trasporta il personaggio sulla tela dipingendolo direttamente col pennello. Uno scrivere pittorico che deriva da un’immagine mentale. Facendo scaturire corpi che si muovono, si tendono, si contorcono, si relazionano con gli altri.

I COLORI

Non si trovano nelle sue tele soli limpidi in cieli blu. Tintoretto preferisce le ombre: lunghe sottili spesse dense angoscianti. Quando non è in competizione con i colori altisonanti di Tiziano e Veronese, le sue tinte sono attenuate smorte quasi monocrome. Sono colori che non imitano il reale. Non sono mai naturalistici. Veicolano significati nel non essere convenzionali. Sicuramente moderni e in anticipo sui tempi.

Leggi anche
Goya e Caravaggio: verità e ribellione
FIDIA A ROMA
Rubens alla Galleria Borghese

Fausto Politino

Fausto Politino

Laureato in Filosofia, abilitato in Storia e Filosofia, già docente di ruolo nella secondaria di primo grado, ha superato un concorso nazionale per dirigente scolastico. Interessato alla ricerca pedagogico-didattica, ha contribuito alla diffusione della psicologia cognitiva scrivendo per le riviste “Insegnare” e “Scuola e didattica”. Appassionato da sempre alla critica letteraria e artistica, ha pubblicato molti articoli come giornalista pubblicista per “il Mattino di Padova”. Attualmente collabora con la “Tribuna di Treviso”.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments