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La luce nei mosaici di Santa Prassede

Sacello di San Zenone. Mosaico della volta, Cristo Pantocrator

Luogo immaginifico dove le Storie dell’Apocalisse prendono vita nella ricchezza dei suoi mosaici, e dove l’oro diventa pura luce: Ego sum lux, Io sono luce, recita un cartiglio tenuto in mano dal Bambino benedicente in braccio alla Vergine all’interno di un’edicola nel Sacello di San Zenone.
La basilica di Santa Prassede rappresenta uno degli esempi più importanti dell’arte musiva romana del IX secolo.

La Basilica di Santa Prassede. La storia

La prima testimonianza del titulus Praxedis risale ad un epitaffio del 491. La chiesa si trovava probabilmente lungo l’antico Clivus Suburanus l’attuale via di San Martino ai Monti.
Dal Liber Pontificalis sappiamo che Papa Adriano I rinnovò il titulus Praxedis nell’VIII secolo. Poi Leone III (802-06) gli elargì dei doni fino a quando Papa Pasquale I (817-24) per paura di un crollo, ricostruì completamente l’antica basilica oramai fatiscente dove si trova oggi, nonostante che i successivi interventi sotto i Vallombrosani, che ancora oggi tengono la chiesa, e sotto San Carlo Borromeo ne abbiano compromesso l’originale spazialità medioevale.

La risistemazione pascaliana della basilica ben rappresenta la tipologia di chiesa che si afferma a Roma in epoca carolingia. Ispirata all’antica basilica costantiniana di San Pietro, Santa Prassede viene riedificata per accogliere i resti dei santi martiri che giacevano “nei cimiteri in rovina” come recita l’iscrizione in esametri posta sotto la conca absidale dove si afferma che il Papa ha solennemente traslato le reliquie per salvarle dall’incuria affinché per mezzo loro “possa meritare l’accesso alla dimora celeste”.
Tre navate invece che cinque, un transetto poco profondo che termina in un’unica abside con una cripta semianulare proprio come quella realizzata a San Pietro nel 590, insomma la rilettura della basilica vaticana in chiave ridotta.

santa prassede
Santa Prassede. Decorazione absidale, Storie dell’Apocalisse

Santa Prassede: la Rinascenza Carolingia

Ma più di tutte sono le decorazioni che ben rappresentano le tendenze romane di quel periodo.
I cicli musivi dell’abside e gli straordinari mosaici del Sacello di San Zenone, il fiore all’occhiello dell’intera basilica, raffigurano alcuni degli esempi più importanti di quel fenomeno noto come Rinascenza Carolingia teso a far rifiorire la grande arte paleocristiana romana a sua volta debitrice della grande arte classica (ecco perché romana).
Ciò è esemplificato dalla ricomparsa del mosaico a Roma verso l’inizio dell’800, che mostra oltre al desiderio di rivaleggiare con gli esempi coevi di Bisanzio, proprio la volontà di rifarsi ai grandi modelli paleocristiani, San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo ancora ben rappresentati all’interno dell’Urbe.

Come andremo a vedere sia il ciclo dell’Apocalisse nel catino absidale, sia le storie sempre di stampo apocalittico nella cappella di San Zenone rappresentano due modi diversi, all’interno dello stesso programma iconografico, di delineare un unico stile e non come spesso affermato in passato una contrapposizione tra i modelli paleocristiani da una parte e la ripresa dei mosaici bizantini (ravennati) dall’altra. Piuttosto una dualità tra la ripresa di alcuni modelli dell’arte romana del VI secolo e la rilettura, ma sempre in chiave romana, di alcuni stilemi e situazioni tipici dell’arte bizantina.

Mosaici catino absidale

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Santa Prassede. Cristo della Parusia

Nel catino absidale il Cristo della Parusia, l’ultimo avvento, si staglia su un cielo meraviglioso, seppure un po’ cupo, animato da nuvole rosse, rosee e bianche come avveniva all’interno dell’abside del VI secolo della chiesa dei Santi Cosma e Damiano o a Santa Cecilia.
Ai lati Pietro e Paolo gli presentano le due sante sorelle, rispettivamente Pudenziana e la titolare della basilica, Prassede, con lo stesso Papa Pasquale I con il nimbo dei viventi, con in mano il modellino della chiesa stessa.

I personaggi poggiano i piedi su di un prato verde, le sante riccamente vestite alla maniera bizantina con gioielli e un diadema in testa, portano, con le mani velate (velatio virginis), una corona probabilmente simbolo del martirio. Ai lati due palme, su quella di sinistra, una fenice simbolo della resurrezione di Cristo e dei fedeli in lui. Sotto scorre il fiume Giordano come sottolineato dalla scritta Iordanes.

Nella parte inferiore del catino absidale, su uno sfondo dorato, il Cristo-agnello pasquale si trova su di una piccola altura da cui sgorgano i quattro fiumi del Paradiso, ai lati i dodici agnelli che rappresentano i dodici apostoli che escono in gruppi di sei dalla città di Betlemme a sinistra e di Gerusalemme a destra. Le mura delle città sono gemmate senza torri e senza battenti.

Arco absidale

Al centro dell’arco absidale, all’interno di un medaglione blu, l’agnello dell’Apocalisse di Giovanni siede su un trono con ai lati i sette candelabri, simbolo delle chiese d’Asia. Sempre ai lati abbiamo i quattro angeli e i simboli del cosiddetto tetramorfo, i quattro esseri viventi che simboleggiano i quattro evangelisti: l’aquila Giovanni, il toro Luca, il leone Marco e l’uomo Matteo.

Sotto, dodici per lato, troviamo i cosiddetti Ventiquattro Vegliardi, vestiti di bisso bianco che con le mani velate offrono a Cristo corone d’oro. La loro identificazione è difficile, potrebbero essere i 12 patriarchi e i 12 apostoli. La stessa composizione doveva decorare l’arco trionfale di San Paolo fuori le Mura.
È chiaro il rifarsi a modelli più che bizantini, tipicamente romani.

Arco trionfale

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Santa Prassede, la Gerusalemme Celeste. Particolare.

Infine, al centro dell’arco trionfale in un recinto gemmato, rappresentazione idealizzata della Gerusalemme Celeste troviamo Cristo tra due angeli con la Vergine Maria, San Giovanni Battista e Santa Prassede, Mosè ed il profeta Elia alle due estremità e una serie di santi e apostoli.
Le porte della città, aperte, sono custodite dai due angeli e fuori la folla degli eletti si accalca per entrare. Sono i centoquarantaquattromila salvati, ovvero la moltitudine del popolo di Cristo.
Vi si riconoscono vescovi e ufficiali con casula e clamide colorate.

Al di sotto ancora un’altra folla di persone che agitano le palme e che secondo il testo giovanneo sono partecipi della Resurrezione di Cristo.
Come si può vedere, non soltanto i temi si rifanno ai classici esempi paleocristiani ma anche le tessere utilizzate, quasi esclusivamente vitree, si richiamano alla tradizione locale.

Sacello di San Zenone

Diverso è il caso della decorazione del Sacello di San Zenone.
Il Sacello, a pianta cruciforme a crociera, dedicato alla memoria della madre di Pasquale, Teodora episcopa, si apre sulla navata destra della chiesa. Se la planimetria tradisce i riferimenti agli antichi mausolei sia pagani che cristiani ancora presenti fuori le mura, basti pensare a quello di Tiburzio presso la basilica cimiteriale dei Ss. Marcellino e Pietro, la ricca decorazione musiva e marmorea (completamente di spoglio) rimanda sicuramente a modelli bizantini.

Il mosaico nella volta con il Cristo Pantocrator sorretto dentro un clipeo da quattro angeli rimanda alla chiesa di San Vitale a Ravenna nella visione dell’Empireo del VI secolo.
In realtà un esempio simile doveva trovarsi anche a Roma nella, oramai perduta, cappella della Santa Croce nel Battistero Lateranense e non è detto che gli artisti, non solo non conoscessero questo esempio ma non vi si richiamassero. Del resto nel mosaico ravennate a posto del busto di Cristo c’è una croce aurea.
Nella controfacciata una croce gemmata su di un trono tra i santi Pietro e Paolo rappresenta l’Etimasia cioè l’attesa per la seconda venuta di Cristo.
Anche questa scena doveva trovarsi sull’arco trionfale di Santa Maria Maggiore nel V secolo.

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San Zenone, la Vergine Maria tra Santa Prassede, Pudenziana e Teodora episcopa.

Abbiamo poi le processioni di Santa Agnese, Prassede e Pudenziana. C’è anche Teodora con il nimbo quadrato accanto alla Vergine e di nuovo Prassede e Pudenziana sotto una lunetta dove un agnello sull’altura del Paradiso disseta i cervi con l’acqua dei quattro fiumi.
Nell’intradosso di un arco, uno straordinario Cristo scende all’Inferno a liberare Adamo ed Eva, la morte è incatenata e l’umanità è finalmente riscattata.
C’è l’episodio della Trasfigurazione con Cristo nella mandorla con Mosè ed Elia tra gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo.

Troviamo Giovanni con il libro del vangelo con Andrea e Giacomo che recano in mano i rotoli. Un Cristo benedicente in una lunetta tra quelli che alcuni studiosi hanno identificato come Zenone e Valentino.
Infine sulla parete dell’altare, dove c’è l’edicola duecentesca del cosiddetto Cristo-Luce, abbiamo una particolarissima Deesis, la Vergine e San Giovanni Battista che intercedono per l’umanità con il Cristo Giudice qui però assente o meglio simboleggiato da una finestra, dalla luce che entra dalla finestra.
Ed è in questa scena che ben si esplica la chiave iconografica dell’intero ciclo: la luce come emanazione stessa di Cristo.

Luce come presenza di Cristo

Le vesti dei personaggi rappresentati, sono rese con tessere vitree azzurre, blu, gialle, verdi, rosse, bianche, oro. Le linee dei panneggi non sono in nero ma in azzurro o verde o rosso, la barba e i capelli dei santi hanno riflessi bianchi e azzurri. Le bocche e gli zigomi sono messi in risalto da tocchi di rosso mattone o color ruggine.
Le tessere, tutte rigorosamente di vetro, sono state accostate in questo modo per riflettere la luce.
È una straordinaria radiosità che permea la cappella dove tutto è appositamente inondato di luce, perché la luce rappresenta la presenza stessa immateriale e pure quasi corporea di Cristo. Il Cristo della Parusia annunciato nell’Etimasia.
Ma questa luce non è la luce dei mosaici bizantini di cui sicuramente il ciclo è memore ma quella dei modelli paleocristiani romani di una Santa Maria Maggiore o di una Santa Maria in Domnica.

A Santa Prassede abbiamo la rappresentazione in tutta la sua forza espressiva della Rinascenza Carolingia, tanto nella rinascita dei grandi temi e modelli dell’arte paleocristiana, tanto nella rielaborazione di stilemi bizantini nello stile romano del VI secolo.

Per informazioni sulla visita guidata vai al sito di Yes Art Italy

Leggi anche il santuario della Dea Fortuna   –  Roma tardoantica: trionfa Santa Pudenziana

Circa l'autore

Francesco Ricci

Francesco Ricci

Dopo aver studiato al Liceo Classico, si laurea nel 2009 in Storia dell'Arte Moderna e nel 2012, con lode, in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'università la "Sapienza" di Roma. È insegnante di storia dell'arte nei licei e guida turistica abilitata. Ama scrivere, viaggiare, e nutre una grande passione per l'arte, il cinema e la musica.

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Roberto Romani

Sabato pomeriggio illuminato dall’oro dei mosaici di Santa Prassede e dalla competenza di Frencesco Ricci, che ha reso questa esperienza di estremo interesse. Ha saputo tradurre bene il link allo scenario storico di riferimento, il progetto della Chiesa di ristabilire il primato romano cosi come é stata una grande sorpresa per me scoprire la narrazione dell’Apocalisse nel suo intento salvifico. Ps si infittisce peraltro il mistero delle lettere, la P (rho) sul lembo del mantello di San Paolo in Santa Prassede, la lettera L sulla tunica del Cristo in Santa Pudenziana. Da approfondire