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L’insostenibile passione per la vita di Van Gogh

autoritratto van gogh
Van Gogh, Autoritratto. 1887

“Van Gogh non era pazzo. Si è avvicinato al sole, prima cercandolo, poi fuggendone via. Vi è rimasto impigliato, con un filo che mai più ha districato, stringendolo nella mano. Marco Goldin”

Credo che per affrontare un discorso su Vincent Van Gogh sia doveroso partire da questa premessa. Van Gogh non era pazzo, aveva sicuramente un’indole particolare, inquieta ed era sempre stato afflitto da un’insoddisfazione continua accompagnata quasi paradossalmente da una continua eccitazione, un entusiasmo sempre inseguito e ricercato, ma mai veramente trovato, se non per alcuni tratti della sua vita in cui quasi non riusciva a sopportare l’emozione che la natura gli provocava.
Ma non è mai stato totalmente folle, i disturbi che poi lo hanno veramente afflitto culminando nel tragico episodio dell’automutilazione dell’orecchio sono diventati veramente gravi soltanto nel 1889 quando il pittore decise volontariamente di farsi ricoverare nell’ospedale di Saint Paul de Mausole a Saint Remy de Provence.

Certo è innegabile che soprattutto l’ultima parte della sua vita e della sua carriera siano stati fortemente condizionati da quelle crisi dovute al suo stato di volta in volta definito in maniera diversa: schizofrenico, bipolare, demente etc.
Quando si parla della sua arte dobbiamo fare i conti con la sua follia, senza rinnegarla ma senza renderla protagonista favorendo e perpetuando lo stereotipo dell’artista romantico: folle e tormentato, come lo stesso pittore era ben consapevole di apparire:

quando si fa il pittore si passa o per pazzi oppure per ricchi.

Senza addentrarmi nella trattatistica, già molto numerosa, che si è occupata di approfondire la sua personalità psichica, vorrei trattare brevemente e senza alcuna pretesa di universalità alcuni degli aspetti prettamente stilistici che hanno reso questo pittore, così poco apprezzato in vita, uno dei più importanti del Novecento, celebrato dalla critica e dal mercato che ha reso le sue opere le più vendute e le più costose del mondo dell’arte, dopo la sua morte.
Un pittore lucido, attento, sempre pronto ad imparare e a studiare. Un artista che si applicava con un’attenzione maniacale allo studio dei corpi, della natura, dei volumi, dei colori, cercando anche nei periodi più bui di curarsi o per lo meno di consolarsi con il suo lavoro e la sua arte.

prato
Van Gogh, Angolo di prato. 1887

La fortuna dopo la morte

Parlando di Van Gogh bisogna anche ricordare di come tutta la sua produzione si sia concentrata in soli nove anni, e che alla sua morte a soli 37, il corpus delle sue opere ammontava ad oltre novecento dipinti e mille tra disegni, e schizzi.
Le ragioni del suo straordinario successo già all’indomani della sua morte sono tante e forse non ancora tutte chiarissime. Sicuramente il merito principale è della cognata, Johanna “Jo” Bonger, moglie del fratello di Vincent, Theo che si spegnerà pochi mesi dopo la sua morte.
È stata la sua indiscussa capacità manageriale, che le consentirà già a partire dal 1892 (solo due anni dopo dalla morte del pittore) di realizzare una ventina di mostre nelle maggiori città olandesi, esponendo le moltissime opere che Theo non era mai riuscito a piazzare e di cui aveva casa piena, suscitando la curiosità e l’interesse di critici, pittori e scultori.
Inoltre sarà sempre lei a pubblicare in diverse lingue quasi due terzi delle lettere che Vincent aveva scritto al fratello Theo come una sorta di autobiografia mai pubblicata.

Il suo epistolario, ancora oggi celeberrimo, ha contribuito enormemente al suo successo, accompagnando e contestualizzando ogni singolo quadro all’interno della breve, ma intensa e travagliata vita dell’artista.
Sarà il figlio di Jo, Vincent Willem, il nipote di Vincent, chiamato così proprio in suo onore, a creare la Fondazione Van Gogh e a far costruire in accordo con i Paesi Bassi, il Museo Van Gogh di Amsterdam, aperto al pubblico nel 1973.

Van Gogh al Kröller-Müller Museum

Ma quali sono le caratteristiche che più di ogni altre hanno reso celebre l’arte di Van Gogh?

La mostra di Palazzo Bonaparte che ospita ben cinquanta opere del pittore, provenienti dal Museo Kröller-Müller di Otterlo, che custodisce uno dei patrimoni più ricchi al mondo delle opere del pittore, secondo solo al già citato museo di Amsterdam, ci permette di seguire un percorso netto che ripercorre l’evoluzione stilistica dell’artista, partendo dal disegno (Van Gogh infatti voleva fare l’illustratore) fino al viaggio nel colore che dall’Olanda alla Provenza, passando per Parigi, farà le fortune del pittore.

La parabola artistica di Vincent inizia nel 1891 quando dopo aver cercato senza successo di intraprendere la carriera del predicatore e del missionario, comincia a dedicarsi alla pittura.
Inizia con il disegno, e con il replicare le opere a lui più care dei grandi artisti cosiddetti realisti di poco precedenti a lui. Il Seminatore di Jean-Francois Millet è senza dubbio uno dei lavori più importanti per la sua attività artistica, e più amati dal pittore che lo riprodurrà così tante volte nel corso della sua vita, tanto che basterebbe analizzare le diverse versioni di questo quadro nel corso degli anni, per poter comprendere tutti i suoi cambiamenti di stile.

Quest’opera permette all’artista non solo di cimentarsi con lo studio della figura umana, sia in movimento che a riposo, o di studiare, aggiornandola, la composizione cromatica, ma di riflettere sul gesto stesso del seminare il grano così carico di significato per il pittore.
In questo quadro Vincent infatti ci legge il richiamo evangelico alla predicazione di Cristo, che sparge le sue parole come sementi tra la gente e all’attività del padre, che era un predicatore come lui stesso avrebbe voluto diventare.
Ma la semina diventerà presto metafora della sua stessa vita:

La storia degli uomini è come quella del grano, se non si viene seminati nella terra per germogliarvi, succede che si è macinati per diventare pane.

Il gesto della semina rappresenta anche l’esaltazione del lavoro e del mondo contadino, così caro al pittore.

Il mondo artigiano e contadino

Quello della vita e del lavoro dei contadini, così come degli artigiani o dei minatori, sarà un tema centrale nella poetica del pittore, specialmente tra il 1881 e la fine del 1885, poco prima del suo trasferimento a Parigi.
In questo periodo Van Gogh realizzerà numerosi schizzi, disegni e dipinti di contadini e contadine intenti a lavorare nei campi o nelle loro case: dalle donne che cuciono, o che raccolgono e pelano patate o che puliscono le pentole, a uomini e donne che raccolgono il frumento, che seminano o che spaccano la legna o che portano sacchi di carbone nella neve fino al celebre ritratto della famiglia contadina dei mangiatori di patate.

Nel mondo contadino e artigiano, Van Gogh vede la celebrazione dei valori tradizionali di una società che ormai sta cambiando, che ha perso la sua etica legata alla coabitazione con la natura.

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Van Gogh, Donne nella neve che portano sacchi di carbone. 1882

Negli sforzi disumani delle mogli dei minatori che sollevano i sacchi di carbone o dei tessitori al telaio, Van Gogh che ha l’indole del predicatore missionario mancato, riconosce lo sforzo degli ultimi, dei poveri e dei reietti, quelli che la moderna società industriale ha tagliato fuori. Ed entra subito in simpatia con loro, ci si rispecchia.
Gli ricordano l’infanzia e simboleggiano il contrasto con la società attuale in cui si sente un escluso.

Le scarpe di Van Gogh

In una famosa disputa legata ad un quadro del pittore che raffigura un paio di scarpe logore, nota come le scarpe di Van Gogh, il grande filosofo tedesco Heidegger e lo storico dell’arte Shapiro, uno dei massimi esperti dell’artista, si scambiano pareri contrastanti legati all’attribuzione di quel paio di scarpe.
Heidegger sostiene che siano di un contadino, una sorta di “attrezzo da lavoro” in grado di aprire una porta sull’intero mondo agricolo. Tutti i valori del mondo contadino che ha calzato quelle scarpe vengono fuori.
Al contrario dopo una fitta corrispondenza con il filosofo, Shapiro sostiene che quelle scarpe in particolare siano del pittore stesso (sappiamo che Van Gogh era un grandissimo camminatore), il quale nell’arte cerca di compiere il suo destino personale tentando di guarire tutte le sue angosce e disturbi.

natura morta van gogh
Van Gogh, Natura morta con cappello di paglia. 1881

Hanno ragione entrambi, a prescindere dal legittimo proprietario di quel paio di scarpe.
Si può ben affermare che Van Gogh sia un grande pittore di oggetti.
Il pittore esalta il lavoro contadino e artigiano attraverso la riproduzione dei suoi utensili da lavoro, che connotano quel mondo come arcaico ormai ai margini della società.
Nella serie dei tessitori al lavoro, sarà proprio la rappresentazione del telaio tradizionale ormai sempre più insediato dalle nuove tecniche di lavorazione industriale, a farla da padrone.
In quelle tele sono i telai più antichi, che Van Gogh riproduce mettendo addirittura la data di fabbricazione, ad essere i protagonisti, “quei mostri di quercia annerita con tutte quelle asticelle”.
L’utensile è la rappresentazione del lavoro stesso, nonché della condizione sociale a cui quel lavoro ti relega.
I lavoratori cercano la salvezza nel lavoro ma non possono ottenerla, almeno non in questa società che gli ha esclusi.

Ma come scrive Shapiro, Van Gogh è un pittore che esprime di tutta la sua condizione umana attraverso l’arte.
Come i contadini e gli artigiani anche Van Gogh cerca la salvezza nel lavoro, il suo lavoro, quello del pittore, purtroppo senza riuscire ad ottenerla.
Nelle sue opere perciò molti degli oggetti rappresentati sono effettivamente delle estensioni del suo essere, e del suo mondo personale costituito dagli affetti famigliari e dagli amici.
Come avviene nelle numerose nature morte: quella con il cappello di paglia, in cui è raffigurato un vaso con un pennello oppure quella con la statua di gesso in cui raffigura due dei suoi romanzi preferiti Germinie Lacerteux e Bel-Ami, o infine quella con le cipolle dove abbiamo un altro libro, una pipa con del tabacco, una bottiglia di assenzio e una lettera. Vizi e affetti del pittore.

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Van Gogh, Natura morta con un piatto di cipolle. Arles inizio gennaio 1889. Olio su tela 495×644 cm © Kroller-Muller Museum Otterlo. The Netherlands

Il viaggio nel colore

Ma Van Gogh è senza dubbio l’artista che più di tutti ha legato la sua fama al colore.
In Olanda usa il colore in modo imitativo, sono gli stessi colori di Rembrandt: dal bianco argento al nero avorio passando per tutta la gamma dei gialli e dei rossi fino al blu di Prussia e al vermiglio.
I toni sono cupi, le ombre scure ed il nero la fa da padrone come nelle teste di contadine.
Van Gogh continua la tradizione dei maestri olandesi del ‘600.
Sarà Theo ad indirizzare Vincent verso tonalità più chiare come quelle impressioniste.

Quando il pittore si trasferisce in Francia passa al cosiddetto colore evocativo:

Non importa se i miei colori siano esattamente uguali (a quelli della natura), purché stiano bene sulla mia tela, proprio come stanno bene nella vita.

A Parigi l’artista verrà colpito dalla tavola pointillista e neoimpressionista, utilizzerà colori molto saturi come il giallo cromo o limone, il vermiglione, il carminio o il verde smeraldo ma senza mai rinunciare del tutto al nero.

In questo periodo dipinge scene parigine come la collina di Montmartre dominata dal Mulino della Gallette o i locali della Città, soggetti prediletti da pittori come Toulouse-Lautrec o Emile Bernard che frequenterà assiduamente.
In queste opere Van Gogh sperimenterà nuovi schemi cromatici e armonie espressive come il cosiddetto contrasto simultaneo (fenomeno che si verifica tramite l’accostamento di due tonalità di colore di cui i complementari vengono percepiti dall’occhio anche se non ci sono).

Quando nel 1888 Vincent si trasferisce nel Sud della Francia la sua tavolozza cambia ancora.

Quanto ho appreso a Parigi svanisce […] Invece di cercare di riprodurre fedelmente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in maniera più arbitraria, per esprimermi con maggiore forza.

Nella calda luce provenzale il colore del pittore assume una nuova dimensione.
Lo spazio in questi quadri, tra i più celebri della sua produzione, è creato dal colore, lo spazio disegnato svanisce del tutto.
Sono tele dalle tonalità brillanti, luminose e vitali dove l’artista riversa tutto se stesso e la sua voglia di vita, sebbene minacciata dai suoi disturbi psichici sempre più frequenti. Il dato cromatico non serve più a rappresentare la realtà, intesa come un dato ottico, come facevano gli impressionisti, ma come realtà interiore, il mondo emotivo del Pittore.
Il periodo arlesiano è all’insegna della luce, un filtro dominante che si posa sulle superfici
e ne modifica i colori.

La luce che cura l’anima

Nonostante i continui ricoveri o forse proprio per contrastare questa condizione di “malato di follia”, i campi di grano dell’ultimo periodo sono sempre più luminosi, dominati dal contrappunto cromatico, con i volumi e le ombre quasi annullati da brevi tratti rapidi che li riducono allo stato di contorni.
Tramite la nitidezza del colore da ricercare nell’arte giapponese, così cara a Van Gogh, il pittore cerca di esprimere tutti i tormenti che non riesce ad esprimere a parole.

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Van Gogh, Il burrone. 1889

Nei campi di grano popolati da govoni e mossi dal vento, negli alberi con i tronchi scavati ed i rami spezzati, nei sentieri di montagna sospesi nel vuoto, Vincent prova ad esteriorizzare i suoi stati d’animo cercando così di guarirli.

Ancora una volta ritroviamo nel 1890, anno della sua morte, una nuova versione del Seminatore di Millet.

Sto cercando di fare qualcosa per consolarmi, solo per il mio benessere.

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Van Gogh, Il seminatore. Arles 17-28 giugno 1888 ca. Olio su tela 642×803 cm © Kroller-Muller Museum Otterlo. The Netherlands

In quest’ultima versione Van Gogh riflette sul colore, usa una vernice particolare che da all’intera superficie una patina viola.
Il giallo brillante del sole è smorzato dal contrappunto dei blu che inondano il campo di grano proiettando l’intera composizione in una dimensione di serenità, forse espressione di quell’estremo sforzo da parte del pittore di cercare di pacificarsi l’anima.

Per informazioni sulla visita guidata vai al sito di Yes Art Italy

Leggi anche Pasolini e il corpo veggente

Francesco Ricci

Francesco Ricci

Dopo aver studiato al Liceo Classico, si laurea nel 2009 in Storia dell'Arte Moderna e nel 2012, con lode, in Storia dell'Arte Contemporanea presso l'università la "Sapienza" di Roma. È insegnante di storia dell'arte nei licei e guida turistica abilitata. Ama scrivere, viaggiare, e nutre una grande passione per l'arte, il cinema e la musica.

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Giuliana Spadaro

Non è facile sintetizzare in poco tempo la ricchezza del materiale umano e artistico di una personalità come Van Gogh.
Francesco Ricci ha saputo guidare con competenza la nostra attenzione ed i nostri occhi in una lettura breve (dato il tempo consentito) ma intensa.
Grazie!