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Profondo Rosso, tra incubo e realtà

Incubo e Realtà

In occasione dell’uscita di Occhiali Neri, l’ultimo lungometraggio diretto da Dario Argento, andiamo alla riscoperta del più classico e apprezzato dei suoi film, l’opera che lo consacrò come maestro del brivido e autore di culto; ovviamente stiamo parlando di Profondo Rosso, opera di transizione nel corpus argentiano, sospesa tra incubo e realtà.

“Questo italiano mi preoccupa”*

Locandina film
Locandina del film
*Frase attribuita ad Alfred Hitchock su Dario Argento, ma molto probabilmente frutto di una leggenda metropolitana

Siamo nel 1974, Dario Argento è ormai un regista piuttosto apprezzato nel mondo del cosiddetto cinema di genere, si è guadagnato il soprannome di Hitchock italiano per i suoi thriller pieni di colpi di scena e intuizioni macchinose e, dopo una breve parentesi dell’excursus storico con Le cinque giornate, ambientato nel 1800, decide di ritornare al campo d’azione a lui più congeniale: il giallo.

Dal 1970 al 1971 ha confezionato la cosiddetta trilogia degli animali, composta da L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio, tre film in cui l’animale che campeggia nel titolo è materialmente o metaforicamente legato alla risoluzione del mistero.

Ora Argento è tentato di aggiungere un quarto capitolo alla saga, titolo provvisorio è La tigre dai denti a sciabola – per quanto intervistato anni dopo dirà che si trattava solo di un depistaggio scherzoso per i cronisti – le cose tuttavia andranno in maniera piuttosto differente.

Questa la trama del film…

Marc Daly (David Hemmings – già detective improvvisato su un delitto da svelare tramite un’istantanea in Blow Up di Antonioni), giovane professore di jazz, assiste involontariamente al brutale omicidio di una medium (Macha Mèril), che solo poco prima, durante una conferenza, aveva captato in sala la presenza di un assassino. Subito si precipita in casa della donna per aiutarla, ma quando arriva è troppo tardi.

Con l’aiuto della giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) decide così di iniziare un’indagine personale per scoprire l’identità dell’assassino, ossessionato dall’idea che la soluzione si trovi in un quadro che ha visto di sfuggita in casa della morta e che poi è misteriosamente scomparso.

Marc Daly
Marc Daly (David Hemmings) e il misterioso quadro in casa della medium

Da Mario a Dario: il giallo italiano

Analizziamo ora questi sintetici elementi di trama, entrando poi più nello specifico. La struttura della storia è inequivocabilmente quella del cosiddetto giallo, quel genere che deve il suo nome in Italia al caratteristico colore dei libri di collana Mondadori e che ha un suo capostipite in I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe.

Un mistero apparentemente irrisolvibile ed un arguto protagonista che, partendo da un semplice e apparentemente irrilevante indizio, riesce a portare a galla l’inaspettata soluzione.
A questo punto è necessario fare un piccolo salto di qualche anno prima e osservare un film che negli anni è passato, forse troppo ingiustamente, in sordina, ma senza il quale probabilmente la filmografia di Argento, e non solo, non sarebbe mai esistita. L’anno è il 1963 e il film è La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava,  il vero e proprio capostipite del giallo italiano.

Nora Davis e Marc Daly, tra incubo e realtà

Vediamo la trama. Una ragazza americana, accanita lettrice di libri gialli, arriva a Roma dov’è la testimone di un omicidio, venendo tuttavia considerata da tutti pazza per l’inverosimiglianza dell’accaduto: la donna che ha infatti visto agonizzare con un coltello piantato nella schiena per poi essere portata via da un inquietante individuo, parrebbe infatti essere morta nella medesima circostanza solo diversi anni prima, nello stesso luogo.

Letcia Roman
Letcia Roman in La ragazza che sapeva troppo

Ora oltre a notare l’affinità della protagonista Nora Davis con Marc Daly, e anche col precedente Sam Dalmas, il protagonista dell’Uccello dalle piume di cristallo, di essere stranieri in terra straniera, invischiati casualmente in vicende più grandi loro senza ricevere nessun supporto dall’autorità costituita, ma anzi beffarda diffidenza se non addirittura ostilità, vi è un altro particolare elemento che crea una sorta di ponte tra questo film e Profondo Rosso.

Tutto quello che accade in La ragazza che sapeva troppo è come sospeso tra due realtà, una assolutamente realistica, l’altra filtrata dalla nebbia dell’incubo e dell’immaginazione. Nora Davis è sicurissima di avere assistito ad un delitto eppure questo sembra apparentemente essere già accaduto. Dunque è frutto di una sua paranoia allucinatoria.

Nel corso del film lo spettatore proprio come la protagonista si trova a dipanare un mistero la cui concretezza sembra essere comprovata da prove, indizi e ulteriori avvenimenti che sembrano condurre ad un colpevole reale, ad una spiegazione razionale e non illogica del fatto, come in effetti poi avviene. Eppure nell’epilogo Bava si diverte ad insinuare il dubbio che quanto visto fosse effettivamente frutto di una allucinazione onirica, dovuta all’assunzione di marijuana da parte di Nora.

La realtà e la fantasia spesso si confondono come un cocktail di cui non riesci a distinguere i sapori*

*: Frase detta da Carlo a Marc nel corso del film
Occhio incubo e realtà
L’occhio dell’assassino

Con modalità e livelli di lettura diversi, la stessa cosa avviene con Profondo Rosso. Certo, tutto quello che accade nella narrazione non è solo realistico, ma anche estremamente fisico. Mai come in nessun film precedente Argento aveva sbattuto in faccia allo spettatore l’efferatezza e la truculenza dei delitti a cui assiste. Da Helga, fatta a pezzi con una mannaia, alla scrittrice Amanda Righetti (Giuliana Calandra) affogata nell’acqua bollente, fino allo psichiatra Giordani (Glauco Mauri), sbattuto violentemente contro gli spigoli del camino e trafitto con un fermacarte.

Dice lo sceneggiatore Bernardino Zapponi in un intervista che le sadiche modalità di questi omicidi erano proprio studiate per far provare al pubblico una sensazione quanto più realistica, conosciuta, del dolore provato dai personaggi. Non sembrano mai esserci dubbi che quanto sta accadendo sia ascrivibile ad un contesto soprannaturale o immaginifico.
Eppure paradossalmente nulla di quello che avviene in Profondo Rosso è veramente realistico. Tutto il film sembra essere colorato con un filtro deformante, che porta la narrazione nei confini dell’incubo grottesco, dove tutto diventa uno specchio eccessivo della realtà, una sua versione pervertita.

Il diavolo sta nei dettagli

villa scott
Villa Scott di Fenoglio/Gussoni- Torino

Tutto sembra essere il parto di un incubo, a partire dalla città in cui prendono piede gli eventi, che viene detto essere Roma anche se l’iconica scena dell’omicidio di Helga è girata in Piazza CLN a Torino, tra le statue del Po e della Dora, com’è di ambientazione torinese anche la tetra Villa Scott, chiave dell’enigma, dando così la sensazione di un non luogo su cui aleggia un’aria oscura e minacciosa.

Le atmosfere notturne alla Edward Hopper del Blu Bar, i quadri di ispirazione esoterica in casa della medium realizzati dall’artista Enrico Colombotto Rosso, il primo piano sull’anziana signora intenta a fumare un sigaro mentre in televisione si parla dell’omicidio di Helga, il brusco stacco su due cani che si azzuffano ferocemente al mercato, la piccola Nicoletta (Nicoletta Elmi), perversa e inquietante figlia del custode della villa, che si diverte ad ammazzare le lucertole.
Sono tutti elementi che in sé non hanno alcuna rilevanza rispetto alla trama principale, ma il cui inserimento crea sensazioni, presagi, straniamento.

Gli stessi colori del film, la fotografia cupa e spenta ma fortemente accentuata sui colori caldi, le sfumature cromatiche in particolare del rosso del titolo (anche questa una scelta tutta baviana) conferiscono una spettrale innaturalità al tutto, come se un silente e imperscrutabile male accompagnasse lo svolgersi dei fatti.

“Tu hai già ucciso e sento che ucciderai ancora”*

*Frase pronunciata dalla medium Helga al misterioso assassino

E poi ovviamente abbiamo lui , l’assassino senza volto, ennesimo debito di Argento nei confronti di Bava, questa volta ripreso da Sei donne per l’assassino, di cui omaggia l’impermeabile in pelle nera e il sadismo artistico nelle uccisioni.

Profondo Rosso
La conferenza di parapsicologia (Glauco Mauri, Macha Mèril, Giulio Brogi)

Questa sadica presenza ubiqua e calcolatrice con i guanti in pelle che commette le sue efferatezze guidata da una nenia infantile è sempre un passo avanti al protagonista come se non fosse una creatura di questo mondo ma un vero e proprio mostro delle fiabe.

Emblematico in questo senso è il piano sequenza, accompagnato dall’iconica e martellante musica dei Goblin, che ci mostra su uno sfondo completamente nero un tavolo su cui sono posizionati feticci e oggetti appartenenti al misterioso assassino.
Bombolotti, inquietanti disegni infantili di persone uccise, palline colorate, coltelli e oggetti contundenti, e infine l’occhio, quell’occhio androgino a tutto campo truccato di pesante eyeliner nero, che presagisce la preparazione al primo delitto. Se questa non è la più accurata rappresentazione di un incubo…

“Avevo visto la faccia dell’assassino”* – ATTENZIONE CONTIENE SPOILER

*Frase pronunciata da Marc Daly.

Avventurarsi nella lettura di questo paragrafo potrebbe rovinare la visione del film.

Detto questo.

Profondo Rosso
Clara Calamai e David Hemmings

Così come in La ragazza che sapeva troppo con un colpo di scena finale viene disvelato che a compiere il delitto (anzi, una catena di delitti) è stata l’affabile Laura Torrani, sorella di una delle vittime, in Profondo Rosso l’inafferrabile e spietato serial killer è in realtà la madre (probabile omaggio all’Hitchock di Psycho) di Carlo (Gabriele Lavia), pianista alcolizzato amico di Marc e testimone insieme a lui del primo omicidio.

La donna, che ha il volto e il gelido sguardo di Clara Calamai, diva che nel 1942 mostrò il primo seno nudo del cinema italiano, uccide per una forma di schizofrenia paranoica evocata dalla nenia infantile che le fa rivivere il suo primo delitto, quando uccise suo marito anni prima di fronte all’impotente e sgomento Carlo, ancora bambino.
La scoperta della sua identità, che avviene soltanto nell’ultimo atto del film, era stata in realtà mostrata allo spettatore fin dall’inizio. Non era infatti un quadro quello che Marc ossessivamente cercava, ma uno specchio in cui aveva visto riflesso il volto dell’assassina.

Tra il thriller e l’horror…

Certo, voler legare con la logica ogni componente della storia, vista a posteriori, sembrerebbe essere impresa dura. A partire dall’onnisciente conoscenza dell’anziana donna di ogni mossa di Marc, all’assurda spettacolarizzazione con cui imbastisce i suoi delitti (il bambolotto impiccato in casa di Amanda Righetti, il pupazzo meccanico che distrae Giordani), tutto appare assurdo, ma in fondo Profondo Rosso non è un film che pretende di essere fruito con una ferrea logica.

È un thriller di ambientazione metropolitana. Un giallo con un assassino in carne e ossa che andrà incontro pure lui (anzi, lei) ad una fine terrificante ed estremamente dolorosa, eppure in mezzo a tutti i suoi aspetti più materiali e tangibili, Profondo Rosso resta un grande e tortuoso incubo.

Sei donne per l'assassino
Sei donne per l’assassino di Mario Bava, alla cui estetica Profondo Rosso è fortemente ispirato

Un incubo nel quale si concretizzano alcune delle più inconsce paure dell’animo umano: essere seguiti e uccisi da una nera figura invincibile e infermabile, sentire una nenia infantile nel silenzio della propria abitazione, frugare tra i ruderi bui e macabri di una villa abbandonata.

Tutto sembra reale e tutto sembra finto al tempo stesso. Un mistero con una soluzione che sembra essere a portata di mano ma che sfugge e si confonde ai nostri occhi e che diventa inafferrabile e senza contorni come il mondo dei sogni. Come il volto dell’assassino, che tutti abbiamo visto ma che nessuno ha notato.

…e tre madri (o quattro)

Dopo Profondo Rosso, Argento approderà sui terreni dell’horror sovrannaturale. Dopo streghe, case infestate e antiche maledizioni non saranno più solo suggestioni sospese tra la finzione e la realtà, ma fulcro centrale della trama, da Suspiria a Inferno a La Terza Madre, la cosiddetta trilogia sulle tre terribili sorelle, Mater Sospiriarum, Tenebrarum e Lacrimarum, ispirate a Thomas De Quincey.

Ma in fondo una terribile madre da incubo già c’era stata…

villa scott
Piazza CLN in Profondo Rosso (David Hemmings e Gabriele Lavia )

 

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Riccardo Tortarolo

Riccardo Tortarolo

Laureato in DAMS - Cinema e Media all'Università degli Studi di Torino, ha conseguito i tre anni di attore-doppiatore all'ODS - Operatori Doppiaggio e dello Spettacolo. Ha collaborato con l'associazione culturale Baba Yaga di Final Borgo, con Concerti dal Balconcino di Torino e recita nelle compagnie liguri I Gatti dello Cheshire e La Scuola di Chirone. Si occupa di laboratori teatrali per l'infanzia e divulgazione di fiabe e racconti popolari.

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