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SAGGIO SU PICASSO

PICASSO

Può succedere che la critica di ogni tipo si avviti su se stessa. E diventa illeggibile. Per i funambolismi concettuali in cui annega. Per il narcisistico ancorarsi alla terminologia iniziatica. Non è il caso della storica dell’arte Gloria Fossi e del suo saggio su Pablo Picasso pubblicato da Giunti. Perché? Per la professionalità dell’apparato iconografico accostato alle argomentazioni che la studiosa di volta in volta sviluppa. Per l’accessibilità del linguaggio adottato, senza abdicare all’accuratezza semantica, decodificabile anche dai non addetti ai lavori.

Picasso e FossiLa consapevolezza

L’introduzione del saggio si affida ad una chiara constatazione che permette di farsi un’idea non negoziabile del personaggio: Picasso è sempre stato consapevole del proprio talento. Se a diciotto anni, in un autoritratto perduto in un foglio di carta, scrive per tre volte: Yo, el rey. Io il re. Credeva  che sarebbe diventato il patriarca dell’arte del XX secolo? Si chiede la Fossi. Lo si può ipotizzare. Se non altro non ha dovuto soffrire per arrivare alla maturità artistica com’è successo a van Gogh. Già nelle sue prove giovanili s’intravedono scioltezza di pennello, risolutezza nelle linee, “padronanza e libertà assoluta nei colori”. Nel disegnare si paragona a Raffello. Anche se poi dirà che ha atteso una vita per dipingere come un bambino.

Picasso e FossiFuori dagli schemi

Nella sequenza dei ritratti che scandiscono la vita di Picasso, emerge il suo percorso artistico. E anche umano. Memorabile l’Autoritratto alla maniera di El Greco del 1901. Oggi a Parigi al Musée national: il volto incavato, la malinconia nello sguardo, la folta capigliatura scurissima  che fa risaltare  l’azzurro del fondo. Da contraltare, l’Autoritratto del 1972, collezione privata.  Nel quadro si raffigura con gli occhi sbarrati, la testa scarnificata e rasata, la barba incolta. Come aspettasse la morte. Da lui sempre temuta. Per queste sue capacità di “picconare gli schemi tradizionali della pittura” Picasso è stato ritenuto un sorcier, un mago. In grado di creare microcosmi/macrocosmi da ogni minuscolo frammento di memoria. Ricorrendo a differenti stati d’animo. Utilizzando qualsiasi materiale, colore, tecnica.

Il saggio

Il testo è strutturato in quindici capitoli. Ognuno di loro meriterebbe un discorso a parte. Ci si limita ad accennare a La rivoluzione della DemoisellesPicasso e Fossi d’Avignon. Definito dalla Fossi il più rivoluzionario dipinto del XX secolo. Venuto alla luce tra l’estate del 1906 e quella del 1907. L’opera, se non proprio antefatto del Cubismo, la si può considerare una reale premessa. Ovviamente non nasce dal nulla. La Fossi ne svela i riferimenti essenziali. L’ambito culturale dal quale sorgono.  Cézanne intanto. Considerato uno degli occulti ispiratori del quadro. Picasso conosceva bene le Cinque bagnanti, che avrebbe comprato nel 1957. Lui le trasforma in nudità aguzze. Ne fa delle forme aspre. Le configura come frammenti anomali di un puzzle. Poi ci sono le suggestioni dettate dal Bagno turco del 1862 di Ingres, oggi al Louvre. C’è un particolare che la studiosa mette in risalto. Invece del servizio da tè, Picasso opta per la natura morta in primo piano. Dove accosta una fetta di anguria a un grappolo d’uva, a una pera e a una mela. Mai dipinta in tale senso. Né da Ingres né da Cézanne. La tela suscita sconcerto fra i suoi amici. Così rimane nello studio per lungo tempo, con la faccia rivolta alla parete.

Convincenti le riflessioni su Guernica, realizzata in bianco e nero nel 1937. Rinuncia al colore “per svuotare del sangue vitale i corpi delle vittime, sottolineare l’austerità della morte”. Per imprimere l’immagine della guerra come un abisso sconfinato, senza gioia e senza speranza. Quindi l’uso del bianco/nero come le foto che i giornali pubblicano della città basca sventrata.

Nel capitolo Dal blu al rosa, 1904-1906, è l’umanità degli acrobati dei giocolieri degli arlecchini a prevalere. Dipinti in toni tenui o sabbiosi.Picasso e FossiDa leggere tutto d’un fiato Dimenticare Velázquez.  Picasso racconta in prima persona. Spiegando che vuole olvidare, dimenticare Las Meninas  e rifarle alla sua maniera. Spostando i personaggi e modificando la luce.

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Fausto Politino

Fausto Politino

Laureato in Filosofia, abilitato in Storia e Filosofia, già docente di ruolo nella secondaria di primo grado, ha superato un concorso nazionale per dirigente scolastico. Interessato alla ricerca pedagogico-didattica, ha contribuito alla diffusione della psicologia cognitiva scrivendo per le riviste “Insegnare” e “Scuola e didattica”. Appassionato da sempre alla critica letteraria e artistica, ha pubblicato molti articoli come giornalista pubblicista per “il Mattino di Padova”. Attualmente collabora con la “Tribuna di Treviso”.

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