Home » Cultura » Silencio in sala – Vent’anni di Mulholland Drive
Cultura

Silencio in sala – Vent’anni di Mulholland Drive

Silencio Mulholland Drive
Locandina

Usciva vent’anni fa al cinema, trionfando al Festival di Cannes per la miglior regia, Mulholland Drive, nono lungometraggio di David Lynch. Vent’anni dopo, per celebrare quello che è stato definito “Il miglior film del 21° secolo” lo si può tornare a vedere, almeno qui in Italia, nella versione restaurata dalla cineteca di Bologna. Quindi non resta che dire buona visione e silencio in sala.

DA LAURA PALMER A RITA

Cosa si può dire di un film come Mulholland Drive più di quello che è già stato detto, o di quello che è praticamente impossibile poter dire? Come definire questo ennesimo tassello di Lynch nella poetica dell’onirico e nei territori del surreale e della decostruzione dei generi?

Un film nato inizialmente come pilota per una serie televisiva con cui Lynch voleva riprendere il discorso interrotto dieci anni prima con la seconda stagione di Twin Peaks, ma che la produzione della ABC, con cui Lynch aveva già avuto vari dissapori, troverà troppo rischioso e ambizioso come progetto su cui investire costringendo l’autore a restringere il tutto nel lasso di un lungometraggio.

Tuttavia il filo rosso che collega Twin Peaks a Mulholland Drive e ancora prima a Blue Velvet e a Lost Highway, c’è ed è l’idea lynchana di creare delle opere in cui nulla è quello che può apparire superficialmente.

I GUFI NON SONO QUELLO CHE SEMBRANO

La serie di culto del 1990 aveva infatti una peculiarità: le sue premesse non rispettavano assolutamente i suoi sviluppi.

Il pubblico infatti ne rimase stregato per l’intreccio giallo carico di suspense, per il brutale omicidio di un’adolescente in una cittadina apparentemente placida e tranquilla. Ma nessuno si sarebbe aspettato che con l’incedere delle puntate la piega che la storia avrebbe preso sarebbe scivolata nell’onirico e nel paranormale assurdo.

Nessuno avrebbe immaginato che le love stories di adolescenti pieni di problemi da soap opera avrebbero potuto alternarsi a scene da trip lisergico tra nani e giganti in un mondo sospeso dalla colorazione psichedelica. Una distorsione funzionale rivelare come nella stessa piccola città e nei suoi innocui abitanti fosse in realtà insito il male. 

Non c’è mai una sola realtà nel mondo di Lynch. Nulla è come appare, nessuno è come sembra. Ognuno è sé stesso e il suo doppio, scisso come in uno specchio tra una maschera da indossare nel quotidiano e un io inconscio che domina passioni e pulsioni.

Silencio Muilholland Drive
Il Cowboy

L’ATTEGGIAMENTO DI UN UOMO VA DI PARI PASSO CON QUELLA CHE SARA’ LA SUA VITA

Una profonda discesa negli abissi freudiani dell’io e del super io esplode prepotentemente in Mulholland Drive come mai prima nella fiera del razionale e irrazionale del regista, dove sogno e realtà si contrastano a vicenda.

Nulla è come appare. La storia che ci si presenta è quella di una sconosciuta senza nome (Laura Harring) e senza memoria a causa di un incidente d’auto che l’ha salvata da un tentativo di omicidio. Con il provvisorio pseudonimo di Rita, tratto da un poster del celebre Gilda, viene aiutata a ritrovare sé stessa e a scoprire cosa le è capitato dalla solare ed esuberante Betty (Naomi Watts) aspirante attrice giunta a Hollywood per partecipare ad alcuni provini.

Insomma, un vero e proprio giallo in piena regola che sembra dipanare sottotrame parallele in cui lo spettatore cerca di costruire un disegno collettivo.

Chi è il ragazzo che ha avuto un terrificante incubo che gli si concretizza proprio di fronte? C’entra qualcosa con Rita il giovane regista Adam (Justin Theraux) ricattato dalla malavita per aver assunto nel suo nuovo film una ragazza di nome Camilla Rhodes?

Chi è Diane Selwyn, l’unico nome che Rita riesce a ricordare? Forse è proprio lei, ragazza defunta che le due trovano andando a curiosare nell’appartamento emerso dalle pagine gialle sotto il suo nome? Chi è il goffo killer che nel tentativo di recuperare un’agenda è costretto ad eliminare rocambolescamente i testimoni che hanno scoperto la sua identità? E soprattutto a cosa serve la chiave blu che Betty e Rita trovano nella borsa di quest’ultima?

Silencio Mulholland Drive
Un incubo…o no?

NO HAY BANDA

Lynch si diverte a disseminare questi pezzi apparentemente discordanti tra loro conducendoci dalla suspense più acuta a spiazzanti momenti di humor incongruenti con l’atmosfera dominante, come il ritorno a casa di Adam e la ripicca nei confronti della moglie fedifraga, per poi confonderci nuovamente con sprazzi surreali e onirici come la sequenza della creatura dietro al muro o il dialogo tra Adam e il misterioso Cowboy.

E proprio come in Twin Peaks l’agente Cooper scopriva come risolvere il mistero ritrovandosi all’interno di una surreale dimensione parallela nell’atrio della Stanza Rossa, anche qui per poter ritrovare il proprio rimosso, per dare forma al mosaico, o almeno una delle possibili forme, bisogna spingersi fino ai confini dell’assurdo, nella sala concerti dove NO HAY BANDA (non c’è banda) del Club Silencio.

Solo lì è possibile scovare la giusta toppa per la chiave e ritrovare sé stessi, mettendo insieme i tasselli della realtà, o una versione di essa, pronta a risputarci addosso tutto quello che è stato sublimato e alterato dall’inconscio.

Silencio Mulholland Drive
Club Silencio

SILENCIO (IN SALA)

Mulholland Drive è insomma una summa del cinema lynchano, delle sue commistioni contaminate dove il thriller si lega all’horror, alla commedia e al fantastico. È la summa dell’introspezione sull’ubiquità dell’animo umano;  dell’apparente realtà colorata e solare che nasconde un turpe sottobosco di perversioni e orrori da incubo. Sogno e realtà si mescolano tra loro fino a non avere più la certezza di quale sia l’uno e quale sia l’altro.

Abbiamo il noir degenerato di Twin Peaks e Velluto Blu, la cui scena del Night Club quale luogo fulcro della vicenda richiama evocativamente il Club Silencio, c’è la sovrapposizone speculare di origine bergmaniana delle due ragazze già presente in Strade Perdute e in generale c’è tutta la passione di Lynch per il sogno, l’irreale che si fonde con il reale e lo deforma, lo impersona fino a coincidervi, tanto che la visione del film potrebbe essere patrocinata dalla famosa frase di William Shakespeare  “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.

Dunque buona visione e mi raccomando, SILENCIO.

Leggi anche Freaks Out, miracolo italiano

Riccardo Tortarolo

Riccardo Tortarolo

Laureato in DAMS - Cinema e Media all'Università degli Studi di Torino, ha conseguito i tre anni di attore-doppiatore all'ODS - Operatori Doppiaggio e dello Spettacolo. Ha collaborato con l'associazione culturale Baba Yaga di Final Borgo, con Concerti dal Balconcino di Torino e recita nelle compagnie liguri I Gatti dello Cheshire e La Scuola di Chirone. Si occupa di laboratori teatrali per l'infanzia e divulgazione di fiabe e racconti popolari.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments